In vacanza con un padre del deserto – E. Bianchi

In vacanza con un padre del deserto

Accostare la sapienza dei padri del deserto alle vacanze potrà sembrare strano, persino irriverente: i padri del deserto, questi monaci che cercavano di vivere il vangelo nel modo più radicale a costo di andare controcorrente, non conoscevano certamente periodi e tempi di riposo o di svago. D’altronde, fino a pochi decenni fa, la maggior parte della gente ignorava cosa fossero le vacanze: unico giorno di riposo, e non sempre per tutti, era la domenica, cui si aggiungevano le rarissime festività che ritmavano le stagioni e l’anno liturgico. Oggi invece le vacanze sono un fenomeno esteso, di cui beneficiano quasi tutti, e nessuno penserebbe che contraddicono il vangelo o la vita cristiana. Si è convinti che delle vacanze si ha bisogno, che sono benefiche perché procurano riposo e permettono un cambio nel ritmo di vita. E tuttavia si possono dissipare anche le vacanze, si può mancare di coglierle come occasione favorevole per confermare o migliorare la qualità della vita, si possono consumare in “vortici” di divertimento, di avventure, di rapporti…

Sì, non è facile riposarsi, fare una sana vacanza. Ed è qui che i padri del deserto mi paiono aiutarci, ricordandoci alcune esigenze e riportandoci alla consapevolezza di ciò che vogliamo vivere. In questa riflessione non invocherò i loro consigli sulla vita cristiana, i loro appelli che vogliono stimolare il cristiano a muoversi verso la santità, verso la maturità della propria vocazione di battezzato… No, mi soffermerò solo su un detto, peraltro assai noto, in cui si danno consigli non sulla vita cristiana ma sulle condizioni necessarie per avviare una vita interiore o spirituale. Ecco, le vacanze possono essere un’occasione non solo di riposo fisico, ma di autentico miglioramento della qualità della vita intera nelle sue dimensioni psichiche, fisiche, interiori. E un detto di Arsenio può indicare le condizioni in cui una vacanza diventa un’occasione per accedere alla vita interiore, per riconfermarne la valenza umana, per porre i preliminari a una vita spirituale cristiana.

Si narra che Arsenio, nella sua ricerca di una vita sensata, pregava Dio con insistenza: “Mostrami, Signore, il cammino della salvezza”. Allora venne a lui una voce che diceva: “Arsenio, fuge (fuggi), tace (taci), quiesce (rappacificati)”.

Sentita quella voce, Arsenio fuggì nel deserto, si esercitò al silenzio dell’eremo e cercò la pace nella solitudine. Certo, sono pochissimi, estremamente rari anche oggi coloro che si sentono chiamati a imitare Arsenio nella sua vicenda vocazionale, ma tutti possiamo trarre consiglio e discernimento da quelle tre semplici parole: anche chi va in vacanza non dovrebbe sentirle estranee, ma potrebbe piuttosto coglierle come occasione di umanizzazione interiore. Cerchiamo allora di ascoltarle come rivolte a ciascuno di noi.

“Fuggi!”. Andare in vacanza significa allontanarsi da dove normalmente si vive: si parte, si fa un viaggio, si intraprende un cammino… Anche Abramo sentì una voce che gli diceva “Lech lecka, vattene, va’ verso te stesso!” e da lì ebbe inizio la sua avventura. Lasciare il luogo abituale di vita è atto importante se vissuto in modo consapevole: significa affermare che il luogo in cui si vive non basta, che desideriamo altri luoghi, che vogliamo “uscire” per approdare da un’altra parte. Proviamo a ricordarci il primo viaggio che abbiamo fatto da soli nella nostra adolescenza: paure, ansie, timori e, insieme, il desiderio, l’eccitazione di uscire di casa, di partire: sono sentimenti che ritroviamo in noi ogni volta che ci accingiamo a un nuovo viaggio, ogni volta che prepariamo una partenza.

Ma fuggire dal luogo abituale di vita significa anche lasciare il lavoro, tutto ciò che normalmente ci riempie le giornate. Il lavoro è ben di più di ciò che ci occupa per qualche ora del giorno, fa parte dell’insieme della nostra vicenda umana: non a caso, quando due persone si incontrano, tra le prime domande sorge spontaneo il chiedere: “Che lavoro fai nella vita?”. Oggi, poi, tutti sono così occupati, tutti corrono, nessuno ha mai tempo, fino al punto che dire a uno che è molto occupato è fargli un complimento, è un modo per farlo sentire importante. Ma se finiamo per appiattirci sul lavoro che facciamo, che sarà di noi quando, giunta la vecchiaia, non avremo più la professione svolta a dirci chi siamo? Partire per le vacanze, allora, è anche affermare la capacità di prendere le distanze dal lavoro, dimostrare – a se stessi, innanzitutto – che non si è alienati dal lavoro, che non si è divorati dal vortice delle cose da fare, ma che si sa anche riposare, relativizzare la propria attività, misurare cosa il lavoro è diventato nella propria vita, che libertà, che qualità di vita può venire dal lavoro. Qualunque sia l’occupazione – fosse anche un servizio, come un ministero o una diaconia nella chiesa – è importante che ce ne distacchiamo per un certo tempo, proprio per interrogarci sul rapporto tra noi e il lavoro o il compito assunto e svolto nella vita: è uno stacco necessario per poter discernere e pesare la qualità e il risultato globale, non solo economico o di efficienza, del lavoro che facciamo.

Il “fuge”, inoltre, può significare anche una presa di distanza rispetto a coloro con i quali si vive o una novità nel modo in cui si sta insieme a loro. Anche tra marito e moglie, tra genitori e figli sono necessari sia spazi e tempi di distanza, di lontananza, sia modi diversi di trascorrere insieme le giornate: è una alterità preziosa per migliorare i rapporti, per porsi domande e formulare risposte sul significato e la qualità di legami e affetti che a volte rischiano di finire logorati dall’abitudine; è una presa di distanza che ci consente di verificare se questi rapporti sono rimasti liberanti, portatori di vita o se su di essi non si sono innescate schiavitù attive o passive nei confronti degli altri. Così, raccogliere l’invito a fuggire rivolto ad Arsenio non significa per noi disprezzo per la quotidianità che viviamo, bensì cura, sollecitudine perché ogni giorno sia occasione di rapporti autentici e fecondi.

Il secondo consiglio che ci viene dai padri del deserto è “Taci, fa’ silenzio!”. Consiglio controcorrente e prezioso nel mondo assordante in cui viviamo oggi, in cui il silenzio costituisce un problema ecologico, una stirpe in via di estinzione: siamo inondati di parole, messaggi, suoni, rumori, in tutto l’arco della giornata e a volte anche di notte. Al mattino ci si alza e si ascoltano parole, messaggi e musiche che vengono dalla radio o dalla televisione che fanno da sfondo al nostro lavarci, vestirci, fare colazione… Poi si va al lavoro: sui mezzi pubblici di nuovo rumori, telefonate, parole e messaggi accavallati gli uni sugli altri; in auto musica, notizie, dibattiti radiofonici; sul posto di lavoro i rumori e le parole sono quelli “professionali”, aggravati da un’atmosfera di fretta che toglie respiro; infine si torna a casa e sovente invece del dialogo pacato e dell’ascolto di chi ci sta intorno, di nuovo suoni, parole, rumori e immagini da quel mezzo di comunicazione unidirezionale che è la televisione. Non è sempre stato così per noi uomini e questa novità inseritasi così prepotentemente nel nostro quotidiano non è ancora stata valutata a fondo in tutte le sue ricadute. Tutti, comunque, dicono di volere il silenzio anche se poi, una volta faticosamente raggiunto, questo incute paura, desta angoscia come se fosse vuoto, assenza. Ma ciò che percepiamo come dato negativo è che la funzione principale della parola, la comunicazione, è gravemente malata. Le nostre parole non sembrano più capaci di creare relazioni, di generare comunione: sembrano ormai non aver più peso, quando addirittura non risultano cariche di violenza. Il fenomeno delle intercettazioni di telefonate private, peraltro tra i “grandi” di questo mondo, i “notabili” della nostra società, ha mostrato – al di là degli aspetti giudiziari – una rozzezza di linguaggio, una barbarie linguistica, una violenza verbale ancor più sconvolgenti se si pensa che tra i protagonisti vi sono anche persone cui affidiamo democraticamente di reggere la nostra società.

Ecco allora le vacanze come occasione di fare silenzio, di abitare il silenzio, di vivere il silenzio. Al mattino presto, al mare come in montagna o in altri luoghi di villeggiatura, è possibile trovare spazi solitari dove il silenzio è non solo possibile ma aiutato dalla natura stessa. Senza il silenzio, che vacanze possono mai essere? Il silenzio ci insegna a parlare, ci aiuta a discerne il peso delle parole, porta a interrogarci su quanto abbiamo detto o sentito: nessun mutismo, ma quel silenzio che restituisce a ogni parola un significato, che impedisce ai suoni di diventare rumori, che trasforma il “sentito dire” in ascolto. Il silenzio, allora, come custodia del fuoco che arde nel nostro cuore, custodia delle nostre motivazioni più profonde, occasione di uscita dal vortice: con il silenzio possiamo scendere dalla giostra, smettere di ruotare senza mai aver in mano la direzione. Grazie al silenzio, quante potenzialità ritrovate nell’esercizio dei nostri sensi: se per percepire meglio un gusto particolare chiudiamo gli occhi, perché non renderci conto che il silenzio affina lo sguardo, l’udito, il tatto…

Infine, come terzo consiglio, il nostro detto invita a trovare la calma: “Quiesce, trova la quiete!”. Rappacificarsi è esito del distacco e del silenzio, ma è anche un atteggiamento che va assunto consapevolmente; il riposo ha qui il suo significato primario di rinfrancarsi dalle fatiche, ma per essere autentico non può mai separarsi dal trovare la calma e la pace e dal cercare la riconciliazione: tra noi e la nostra vita, tra noi e i nostri enigmi, tra noi e gli altri… Il riposo è occasione per esercitarsi alla macrothymia, al “pensare in grande”, all’amare contemplando l’amore di cui siamo oggetto e l’amore che può sbocciare dal nostro cuore. E’ un’esigenza fondamentale che molti oggi cercano di colmare con tecniche di distensione e rilassamento, coltivando l’autostima e l’amore di sé. Ma nessuna tecnica può riuscire là dove non si è capaci di trovare pace in se stessi, dove non si vuole faticare per discernere nel profondo del cuore cosa impedisce all’amore di sbocciare. Solo un amore riconosciuto come dono può crescere, dilatarsi fino a suscitare quella gioia che affinata può essere confermata, quella speranza che cantata diventa promessa, quella saldezza che impedisce di essere turbati.

“Quiesce!”, un invito difficile da accogliere, soprattutto per chi non ha ascoltato né il fuge né il tace, ma le vacanze nel loro stesso nome ci invitano a questo: vacare significa “tralasciare”, “smettere”, discostarsi da un ritmo quotidiano per ritrovarne l’autentica vita interiore, un uscire da quello che facciamo per rientrare in quello siamo, un far tacere quello che ci assorda per ritrovare l’orecchio del cuore. Sì, il detto di Arsenio indica anche a noi un cammino adatto a credenti e non credenti: per gli uni sarà un esercizio di comunione con Dio, per tutti sarà un percorso di umanizzazione. Del resto, non a caso gli animali non fanno vacanze, gli uomini sì! Vacanze, allora, come occasione di ritrovare la nostra umanità.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: Avvenire 2 agosto 2006

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